PUBBLICAZIONI

di

Giacomo Tumbarello


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Presentazione

Fedeltà Edizioni Firenze nel porsi al servizio del dialogo e della comunione intra-cristiana offre il suo impegno e la sua accoglienza editoriale (Vedi Fedeltà n. 3/4 1991, p. 100) a quanti, pur non essendo professionalmente scrittori, biblisti, teologi o in qualche modo 'esperti', si cimentano nella ricerca e nello studio delle Scritture proponendosi come 'gente che scrive' all'attenzione ed al giudizio benevolo e speriamo incoraggiante dei lettori, oltre che della distribuzione libraria.

Giacomo Tumbarello, inaugura con questo suo lavoro, la collana "Dare la parola". Presenta queste sue prime pagine di ricerca e di pubblicistica biblica. Il nostro è impiegato dello Stato ma impegnato nel servizio della Parola. Denominazionalmente di estrazione pentecostale, manifesta una buona disponibilità ecumenica sostenuta da tre testimonianze. Innanzitutto ha frequentato l'Istituto di Scienze Religiose di Milano fruendo dell'insegnamento di Gianfranco Ravasi la cui personalità di studioso, di docente, di scrittore e di cultore di scienze bibliche non ha qui bisogno di presentazione. Va in secondo luogo detto che nelle pagine che seguono non manca qualche esplicita dichiarazione che sembra rivelare una disponibilità ecumenicamente significativa; ad es.: "Quando le chiese chiudono i canali di scambio con altre chiese... non si può comunicare con Dio" (pag. 36). Infine va sottolineato l'uso della Bibbia nella versione Interconfessionale in lingua corrente (TILC) nel riportare la massima parte delle spesso lunghe citazioni bibliche.

Questi fattori di stampo ecumenico hanno incoraggiato ad accogliere questa proposta di pubblicazione sicuri che potrà provocare una gamma di suggerimenti positivi, di consigli utili nella prosecuzione di un'attività che sembra attirare molto Giacomo Tumbarello.

E' fuori discussione che ogni autore evidenzia l'angolatura confessionale della sua storia e della sua esperienza, il che risalta evidente dalle espressioni, dal periodare, oltre che dal vocabolario. Si tratta di un fattore inevitabile che solitamente caratterizza quelle che con seria umiltà possiamo chiamare 'opere prime'. Aprendosi poi, nella storia del proprio divenire culturale e della propria produzione, ad una sempre maggiore rigorosità scientifica più determinata diviene l'identità e più propositivo lo specifico teologico.

Questo è l'augurio che Fedeltà Edizioni Firenze rivolge a Giacomo Tumbarello che con la presentazione di questo suo lavoro inaugura la serie di coloro ai quali con questa collana si vorrà 'dare la parola'.

                       Fedeltà Edizioni Firenze             

                                       Giugno 1992             



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Presentazione

  Sul rapporto tra la prima predicazione cristiana e le strutture della società, tanto quella antica quanto quella moderna, sono stati versati i fatidici fiumi d'inchiostro. È pertanto difficile tentare anche una stringata sintesi delle principali conclusioni a cui stu­diosi di varia provenienza culturale, confessionale ed ideologica hanno ritenuto di dover pervenire.

Questa situazione, lungi dal paralizzare il moderno ricercatore, ci spinge invece a proseguire un salutare "ritorno alle fonti". Anche nel campo degli studi biblici (come in quello degli studi storici ed umanistici in genere) si legge oggi troppa bibliografia recente sacrificando il doveroso e prioritario ricorso alle fonti antiche.

Che cosa dire dell'annoso problema costituito dal pensiero biblico e cristiano antico in rapporto alla condizione ed al diritto servile? Documento per eccellenza, a tal proposito, è proprio il biglietto a Filemone, un vero e proprio gioiellino inserito (e talvolta nascosto) tra la letteratura del Nuovo Testamento. È da questo testo che deve partire la nostra riflessione. Certo sarebbe facile, ma anche pericolosamente fuorviante, una lettura del messaggio paolino su Onesimo, Filemone e la schiavitù alla luce delle acquisizioni di tipo etico, giuridico e politico dei tempi che saranno. Verrebbe forse, in tal ottica, spontaneo un confronto con gli alti pensieri di Seneca (et servi homines sunt!) o magari con il gladio insanguinato dell'eroico Spartacus, lo schiavo ribelle. E da questi paragoni qualcuno sarebbe tentato di assegnare al rabbino di Tarso posizioni "di retroguardia".

Ma la ricostruzione storica non tollera letture in un modo o nell'altro attualizzanti, non tollera cioè che si adagino sul letto di Procuste delle nostre categorie mentali odierne quelle figure che, come Paolo, vissero pienamente in un'epoca antica pur seminando in questa qualche verità che si sarebbe poi proiet­tata ben al di là dei secoli passati.

Il contributo più autentico offerto dal cristianesimo alla lotta contro la schiavitù non consiste, a mio avviso, nella legislazione post costantiniana in merito, e neanche negli sviluppi operati dalla filosofia scolastica delle acquisizioni più nobili della filo­sofia stoica in tema di diritto naturale e libertà degli individui. Questi contributi, per quanto validissimi, non trascendono l'orizzonte culturale delle epoche in cui furono prodotti. È invece di Paolo il merito di aver calato nella sua (ma anche nella nostra!) epoca una categoria nuova che avrebbe rivoluzionato la condizione degli uomini nati o resi privi di libertà. La chiave è nel verso 9 del nostro documento, laddove l'apostolo si rivolge al proprietario dello schiavo fuggitivo facendo appello non alla auctoritas

che gli deriva dalla sua posizione di guida spirituale, bensì alla categoria dell'agape: «preferisco fare appello alla tua carità». Questa, proprio questa, è la categoria nuova che irrompe per rivoluzionare nell'immediato la coscienza del destinatario; a lungo raggio quella dell'intera società romana. Se Paolo avesse impugnato il gladio di Spartacus non avrebbe fatto altro che aggiungere altro sangue a quel triste fiume rosso che scaturì dalle guerre servili; se avesse adeguato il suo linguaggio a quello dei filosofi o dei politici illuminati della sua epoca avrebbe soltanto inserito il suo nome nella lunga lista di questi personaggi oggi relegati nei manuali di storia del pensiero giuridico. Niente di tutto questo. L'irruzione del cristianesimo nel mondo antico ha costituito qualcosa di realmente nuovo, qualcosa che poneva la voce della Chiesa al di fuori ed al di sopra delle scuole dei retori o dei filosofi.

Pertanto il discorso di Paolo sulla schiavitù è oggi ancora attuale almeno per due ordini di condizioni:

 1) ancora oggi l'individuo umano è minacciato da forme di asservimento, magari più sofisticate, sia di tipo economico che di tipo ideologico;

 2) ancora oggi la Chiesa è sfidata a non dissolvere il suo messaggio nelle correnti di pensiero sociale e politico che si disputano la signoria nel teatro della vicenda umana; essa, alla scuola di Paolo, deve ancora una volta ricevere da Dio il dono di saper calare nei discorsi degli uomini categorie autenticamente nuove e concretamente rivoluzionarie, operando l'unica vera rivoluzione: quella affidata ai cambiamenti delle coscienze trasformate. Il messaggio a Filemone è principalmente questo.

Giacomo Tumbarello, credente impegnato e lettore attento delle Scritture, offre nelle pagine che seguono un panorama informativo semplice e lineare dei problemi connessi al biglietto a Filemone. Il suo è un lavoro che risulterà senz'altro utile a quanti iniziano ad amare la Bibbia e ad interrogarsi sulla sua storia.

                                                                               Professor Giancarlo Rinaldi
                                                                              Università Federico II Napoli

 

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