|
Presentazione
Sul rapporto tra la prima predicazione cristiana
e le strutture della società, tanto quella antica quanto
quella moderna, sono stati versati i fatidici fiumi
d'inchiostro. È pertanto difficile tentare
anche una stringata sintesi delle
principali conclusioni a cui studiosi di varia provenienza culturale, confessionale ed
ideologica hanno ritenuto di dover pervenire.
Questa situazione,
lungi dal paralizzare il moderno ricercatore, ci spinge invece a proseguire un
salutare
"ritorno alle fonti". Anche nel campo degli studi
biblici (come in
quello degli studi storici ed umanistici in genere) si legge oggi troppa
bibliografia recente sacrificando il doveroso e prioritario ricorso alle fonti
antiche.
Che cosa dire dell'annoso problema costituito dal pensiero
biblico e cristiano antico in rapporto alla condizione ed al diritto servile?
Documento per eccellenza, a tal proposito, è proprio il biglietto a Filemone,
un vero e proprio gioiellino inserito (e talvolta nascosto) tra la letteratura
del Nuovo Testamento. È da questo testo che deve partire la nostra riflessione.
Certo sarebbe facile, ma anche pericolosamente fuorviante, una lettura del
messaggio paolino su Onesimo, Filemone e la schiavitù alla
luce delle acquisizioni di tipo etico, giuridico e politico dei tempi che
saranno. Verrebbe forse, in tal ottica, spontaneo un confronto con gli alti
pensieri di Seneca (et servi
homines sunt!)
o magari con il
gladio insanguinato dell'eroico Spartacus, lo schiavo
ribelle. E da questi paragoni qualcuno sarebbe tentato di assegnare al rabbino
di Tarso posizioni "di retroguardia".
Ma la ricostruzione storica non tollera letture in un modo o
nell'altro attualizzanti, non tollera cioè che si adagino sul letto di Procuste
delle nostre categorie mentali odierne quelle figure che, come Paolo, vissero
pienamente in un'epoca antica pur seminando in questa qualche verità che si
sarebbe poi proiettata ben al di là dei secoli passati.
Il contributo più autentico offerto dal cristianesimo alla lotta
contro la schiavitù non consiste, a mio avviso, nella legislazione post
costantiniana in merito, e neanche negli sviluppi operati dalla filosofia
scolastica delle acquisizioni più nobili della filosofia stoica in tema di
diritto naturale e libertà degli individui. Questi contributi, per quanto
validissimi, non trascendono l'orizzonte culturale delle epoche in cui furono
prodotti. È invece di Paolo il merito di aver calato nella sua (ma anche nella
nostra!) epoca una categoria nuova che avrebbe rivoluzionato la condizione
degli uomini nati o resi privi di libertà. La chiave è nel verso 9 del nostro
documento, laddove l'apostolo si rivolge al proprietario dello schiavo fuggitivo
facendo appello non alla auctoritas
che gli deriva dalla sua posizione di guida spirituale, bensì
alla categoria dell'agape: «preferisco fare appello alla tua carità». Questa,
proprio questa, è la categoria nuova che irrompe per rivoluzionare
nell'immediato la coscienza del destinatario; a lungo raggio quella dell'intera
società romana. Se Paolo avesse impugnato il gladio di Spartacus non avrebbe
fatto altro che aggiungere altro sangue a quel triste fiume rosso che scaturì
dalle guerre servili; se avesse adeguato il suo linguaggio a quello dei filosofi
o dei politici illuminati della sua epoca avrebbe soltanto inserito il suo nome
nella lunga lista di questi personaggi oggi relegati nei manuali di storia del
pensiero giuridico. Niente di tutto questo. L'irruzione del cristianesimo nel
mondo antico ha costituito qualcosa di realmente nuovo, qualcosa che poneva la
voce della Chiesa al di fuori ed al di sopra delle scuole dei retori o dei
filosofi.
Pertanto il discorso di Paolo sulla schiavitù è oggi ancora
attuale almeno per due ordini di condizioni:
1) ancora oggi l'individuo umano è minacciato da forme di
asservimento, magari più sofisticate, sia di tipo economico che di tipo
ideologico;
2) ancora oggi
la Chiesa è sfidata a non dissolvere il suo messaggio nelle correnti di pensiero
sociale e politico che si disputano la signoria nel teatro della vicenda umana;
essa, alla scuola di Paolo, deve ancora una volta ricevere da Dio il dono di
saper calare nei discorsi degli uomini categorie autenticamente nuove e
concretamente rivoluzionarie, operando l'unica vera rivoluzione: quella affidata
ai cambiamenti delle coscienze trasformate. Il messaggio a
Filemone è principalmente questo.
Giacomo Tumbarello, credente impegnato e lettore attento delle
Scritture, offre nelle pagine che seguono un panorama informativo semplice e
lineare dei problemi connessi al biglietto a Filemone. Il suo è un lavoro che
risulterà senz'altro utile a quanti iniziano ad amare la Bibbia e ad
interrogarsi sulla sua storia.
Professor Giancarlo Rinaldi
Università Federico II Napoli |