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CONFERENZA CULTURALE


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Città di Marsala

La libertà religiosa in Italia

e la sua tutela giuridica

Relatore: Gianluca Polverari*           

 

Una delle conquiste più importanti della nostra civiltà è stata quella di aver affermato il valore della dignità umana attraverso il riconoscimento di diritti, inalienabili ed indisponibili, di cui ogni individuo possa concretamente godere. Eppure l'esperienza dimostra come l'affermarsi in concreto delle libertà riconosciute sul piano normativo necessiti di un lungo periodo di metabolizzazione da parte delle società umane, e come molte delle stesse conquiste acquisite si rivelino, talvolta, pericolosamente fragili. La libertà, infatti, non può essere solo affermata giuridicamente ma occorre sia vissuta individualmente e collettivamente, gestita come un patrimonio insostituibile. La libertà religiosa, in particolare, come espressione del vissuto interiore di ogni essere umano, rientra pienamente tra i diritti della persona riconosciuti come fondamentali ed inviolabili, costituendo persino l'espressione più alta della libertà umana,

giacché si presta a manifestare ciò che di più intimo e profondo la coscienza umana sia in grado di esprimere ed affermare. Con essa si deve intendere la possibilità riconosciuta dall'ordinamento statuale a ciascun individuo, ancor prima che ad ogni cittadino, di credere o di negare liberamente l'esistenza di una realtà trascendente e di manifestare liberamente, in luogo pubblico o privato, singolarmente o in comunione con altri individui, il proprio credo.

          Il Regno Sabaudo e la tolleranza.

 
 Lettere Patenti del re

Nella prassi storica le prime forme concrete di tutela della libertà religiosa sono venute dalla limitazione delle norme discriminanti le minoranze religiose; non l 'affermarsi di un diritto di libertà, ma la semplice tolleranza di una confessione religiosa diversa da quella professata dallo Stato. Nel 1848 la concessione dello Statuto albertino, delle lettere patenti e dei successivi decreti e fino alla legge Sineo del 19 giugno 1848, posero fine nel Stato sabaudo, per la prima volta in un territorio della penisola italiana, a forme di persecuzione religiosa nei confronti delle minoranze religiose valdese ed ebraica, e si concretizzarono nella garanzia per i rispettivi credenti del godimento dei diritti civili e politici. Chiusa l'epoca delle persecuzioni e delle discriminazioni, iniziava così in Italia la lunga storia delle lotte per un riconoscimento più ampio della libertà di religione, di una libertà che non fosse solo espressione di mera tolleranza da parte di uno Stato rigidamente confessionale, ma elemento di piena civiltà giuridica. Il percorso, però, lungi dall'essersi concluso del tutto, è stato costellato da nefaste chiusure da parte dell'ordinamento, culminate con l'adozione della legislazione anti-giudaica imposta dal regime fascista con le leggi razziali del 1938.

 Oggi l'ordinamento giuridico italiano ha recepito tra le proprie norme costituzionali la difesa di tutti i diritti di libertà, statuendo, nel caso della libertà religiosa, un ampio spettro di garanzie connesse all'esercizio effettivo di questa libera espressione della coscienza umana, sia in termini individuali che collettivi, con l'unico limite costituzionalmente ammesso del rispetto del buon costume.

          La stagione delle "intese"

 

Eppure, affermata in linea di principio, la libertà religiosa viene contraddetta in concreto dalla sopravvivenza nel nostro ordinamento della legislazione del 1929-30 relativa ai cosiddetti culti ammessi, nonché da una prassi giurisprudenziale che, di recente, con le note sentenze sull'obbligo di esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, suona come una palese sconfessione del principio di laicità dello Stato e della necessaria equidistanza dei poteri pubblici dalle manifestazioni e dai sentimenti religiosi dei cittadini. Dopo la cosiddetta «stagione delle intese» (1984-1987), che ha portato dopo la revisione del Concordato con la Chiesa cattolica a stipulare accordi con alcune delle principali comunità religiose presenti nel Paese, dai Valdesi alle Assemblee di Dio, dagli Ebrei ai Luterani, si è sempre più avvertita l'esigenza di una legge dello Stato che portasse al definitivo superamento della vecchia legislazione fascista sull'esercizio dei culti diversi dal cattolico, traducendo in norma positiva i principi costituzionali in materia di libertà religiosa.

          La laicità dello Stato

 

L'affermarsi poi del principio supremo della laicità dello Stato, grazie alla giurisprudenza della Corte Costituzionale, di quel principio attraverso cui lo Stato rinuncia ad imporre una propria visione etica, teleologica o ateistica dell'esistenza, garantendo condizioni di libertà, di non discriminazione religiosa, di equidistanza rispetto a qualsivoglia forma di culto, era sembrata propedeutica all'adozione in tempi brevi di una norma di diritto positivo in materia di libertà religiosa. Ma la laicità dello Stato, condizione necessaria perché il pluralismo delle idee e dei riferimenti religiosi di una società possa contribuire all'arricchimento dell'intera comunità, ha bisogno per affermarsi in concreto di una cultura politica che, riconoscendo piena legittimità alla molteplicità delle posizioni etiche, sappia tradurre in apparati normativi quel legittimo orizzonte di attese che dal confronto plurale deriva. E non sempre la politica, prigioniera delle scadenze elettorali e dei complicati equilibri che le accompagnano, ha saputo farsi interprete e guida della società, predisponendo misure legislative coerenti con i bisogni emergenti dalla mutevolezza dello scenario sociale. Non è un caso come proprio negli ultimi anni si sia assistito anche in Italia alla ricomparsa di anacronistiche tendenze neoconfessionali e come alla crescente secolarizzazione della società abbia fatto da contraltare l'accresciuto peso delle gerarchie vaticane sulle scelte di una classe politica orfana, da più di un decennio, di un grande partito di impronta confessionale.

          Una nuova legge

 

Dopo i tentativi esperiti nella XIII e nella XIV legislatura di portare a conclusione l'iter dei disegni di legge in materia di libertà religiosa, solo ora sembrano profilarsi condizioni positive per una sua sollecita approvazione. In particolare i disegni di legge presentati alla Camera dei deputati a firma di Boato (A.C. 36) e Spini (A.C. 134), oltre al superamento della normativa fascista in materia, puntano a definire i principi generali sulla libertà religiosa (diritto di manifestare liberamente la propria religione, divieto di discriminazione, diritto dei genitori ad istruire i figli secondo le proprie convinzioni religiose, tutela dell'esercizio della libertà religiosa per detenuti, degenti ed appartenenti alle forze di polizia), a regolamentare la posizione giuridica delle confessioni religiose ed a definire le procedure per la stipulazione delle nuove intese. Come ha affermato la pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese, nel corso dell'audizione presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei deputati nel gennaio scorso, i testi presentati affrontano in termini nuovi l'intera questione ed offrono un quadro di certezza giuridica alle comunità di fede che non hanno ancora un'Intesa o che, per ragioni di ordine teologico, non intendono averla. Essi, inoltre, richiamando il principio della libertà di coscienza, affermano il principio fondamentale di laicità dello Stato che, per gli evangelici, è garanzia fondamentale della stessa libertà religiosa. La speranza è che la libertà di tutti, ed in primo luogo la libertà degli altri, delle sempre più dimenticate minoranze religiose del nostro Paese, possa tornare ad essere al centro dell'interesse del legislatore.

*GIANLUCA POLVERARI, già collaboratore dell'ex On. Domenico Maselli, lavora presso il Centro studi del Senato della Repubblica. Scrive per le riviste «Confronti» e «Critica Liberale»

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