Home   

                           Speciale Conferenza ... Speciale Conferenza... Speciale Conferenza  


   GIORNATA  MONDIALE  DI  PREGHIERA  08 marzo 2009  presso la Chiesa Valdese di Trapani


In Cristo molte membra,ma un solo corpo

(Rom 12: 5)


Liturgia preparata delle sorelle della Papua Nuova Guinea

Good morning, Gutpela moning tru, Daba Namona! Le sorelle cristiane della Papua Nuova Guinea danno il benvenuto alle sorelle e ai fratelli che in tutto il mondo sono riuniti nella grande famiglia della Giornata Mondiale di Preghiera.

La liturgia proposta mette al centro la grande varietà di etnie che popolano il paese, dove si parlano più di 800 lingue: una nazione-puzzle composta da numerose culture e tradizioni, formata da più di 600 isole nell’Oceano Pacifico.

"Signore, nostro Padre, rafforza in noi il sentimento di unità, di pace e amore come già si manifesta nella vita del tuo popolo in Papua Nuova Guinea e nel mondo, malgrado la differenza di razze, colore della pelle, lingua e tradizioni" si legge nel testo proposto dal gruppo ecumenico di donne papuesi.

WWDP Papua New Guinea

Gran parte dell'impegno delle chiese cristiane in Papua Nuova Guinea è teso ad alleviare le condizioni di disagio femminile: si apprende che il 60% delle donne sono analfabete, e che è frequente la violenza contro le donne e i bambini.

 

In Italia un Comitato nazionale composto da sette donne di diversa confessione (valdese, avventista, cattolico romana, metodista, Esercito della Salvezza, battista, luterana) ha organizzato la traduzione e la diffusione del materiale liturgico.

 

Con i proventi delle offerte si è sostenuto un progetto in Papua Nuova Guinea coordinato da “Habitat for Humanity”, un’organizzazione senza scopo di lucro che costruisce case a basso costo e agisce in diversi paesi.

MEDITAZIONE

di

Pina Giacalone Teresi

 

Per questa Giornata Mondiale di Preghiera un grande esempio di unità, di coerenza, di impegno morale ci viene dato dalle donne di Papua Nuova Guinea. Le donne di Papua Nuova Guinea, con questa liturgia, vogliono rivolgere un incitamento, quasi una sfida, a tutte le donne cristiane della comunità globale, affinché il loro impegno in tutti i continenti sia reale, attivo, proficuo. Una sfida che noi donne, presenti oggi in questa riunione, dobbiamo raccogliere perché è necessario ed urgente che uniamo le nostre forze, il nostro coraggio, il nostro impegno, i doni che ciascuna di noi possiede e che ci sono stati elargiti

secondo la grazia del nostro grande Dio, per adoperarci in ogni ambito, sia esso familiare che ecclesiale o sociale, per il conseguimento del bene comune.

Le donne di Papua Nuova Guinea hanno individuato nelle loro differenze etniche, culturali e religiose (si contano in P.N.G. 800 dialetti e tre lingue ufficiali, in una popolazione di solo 5,8 milioni di abitanti) due punti in comune: la croce ed una borsa, il bilum.
Il bilum, una borsa di rete intrecciata che usano in tutte le loro diverse zone e di cui fanno un uso svariato e nello stesso tempo utilissimo.
L’altro punto in comune, la croce: la croce simbolo di sofferenza, di dolore, che ha accolto il Cristo nel momento più tragico della sua esistenza, la morte. Ma la croce è anche e soprattutto simbolo di Resurrezione. E…… resurrezione è speranza, è vita, è darsi da fare per elevarsi, per migliorare, per sognare, per raggiungere mete insperate. Dice la scrittura: “Coloro che sperano nel Signore, acquistano nuove forze, si alzano in volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano” (Isaia 40, 30-31)
Noi cristiani, anche se di comunità e denominazioni diverse, dobbiamo far leva sui nostri punti comuni, sui quali possiamo lavorare per essere resurrezione, speranza e vita per noi stessi e per gli altri.
Il primo punto comune lo troviamo sicuramente anche noi nella croce, ma altri punti d’incontro li possiamo trovare scavando nel nostro passato, nella nostra storia, nelle nostre radici.
La memoria del passato ci è necessaria per guardare con attenzione al nostro presente e al nostro futuro.
Per esempio c’è oggi, nel nostro paese, una palese intolleranza verso gli extracomunitari, i quali, lasciato con sofferenza il proprio paese d’origine, cercano asilo, lavoro nel nostro, con la speranza di trovare il loro “posto al sole”, necessario alla vita, che gli è stata violentemente negata nel loro paese. Scavare nel nostro passato, significa ricordare. Ricordare che anche noi siamo stati degli emigranti !
Abbiamo dimenticato forse le nostre emigrazioni verso le fabbriche del nord, della Germania, verso le miniere del Belgio? Quanti nostri compaesani sono partiti con la famosa “valigia di cartone” per migliorare la propria esistenza, per acquistare, anche loro, un posto al sole più dignitoso. E quante emigrazioni verso l’America ! Quanti nostri antenati, con il loro onesto lavoro, hanno contribuito a fare grandi gli Stati Uniti e nello stesso tempo a migliorare la condizione economica del nostro Paese. Ricordo la nonna materna, che nei primi anni del ‘900, appena sedicenne, da sola, ha lasciato la sua terra (e non aveva neanche con sé la famosa valigia) ed è partita per l’America. Si è imbarcata in un piroscafo traballante. Ha attraversato l’Atlantico viaggiando per più di un mese. Ha sofferto intensamente la traversata, ma è giunta alla meta. Ha lavorato con fatica ed ha coronato il suo sogno di poter lavorare con dignità, senza soprusi da parte dei padroni autoritari. È riuscita a farsi una numerosissima famiglia, cui ha dato una dignità e soprattutto una grande apertura mentale.
Anche una delle mie figlie è una emigrata. Vive in Australia con la sua famiglia. Sperava in un futuro migliore, ma la nostalgia del suo paese è forte. La nonna è rientrata ed è morta poi nella sua Terra. Ma quanti sono rimasti e sono morti nei paesi dove sono emigrati !
La nostalgia del proprio paese d’origine è comune a tutti gli emigrati.
Nei giorni scorsi ho partecipato ad un convegno dove ho ascoltato la testimonianza di alcuni “fratelli” africani che raccontavano la loro frustrazione per quanto era loro accaduto, per ciò che avevano subito nel loro paese, per il futuro incerto che li aspetta. Nella voce avevano tutti la stessa nostalgia, la stessa malinconia per la terra perduta, per i familiari lasciati. Erano angosciati per il loro passato ma anche per il loro incerto futuro. Sentono che non c’è più prospettiva di un futuro per loro nel nostro paese. Infatti, il grido da ogni parte d’Italia è: tolleranza zero! Il governo li considera come “pacchi” da rimandare al mittente, non pensando alle conseguenze di questo rimpatrio. L’Italia ha paura; ha paura degli extracomunitari………. ha paura degli immigrati! Gli italiani hanno dimenticato il loro passato!
Perché aver paura dei nostri simili, anche se appartenenti a razza e culture diverse? Dio non ci ha fatti tutti uguali e con uguale dignità?
Gesù non vuole forse che si abbattino queste barriere di intolleranza e di ipocrisia?
Mi chiedo che significato ha la “croce” di Cristo se ancora oggi ne calpestiamo il valore?
Possiamo fare qualcosa per smuovere le nostre coscienze e le altrui?
Le donne di Papua Nuova Guinea ci vengono ancora una volta in aiuto nella scelta dei passi biblici per questa liturgia. La scrittura in Esodo, cap. 1 e 2, riporta le storie di alcune donne che si sono adoperate, a dispetto di avverse circostanze, di salvaguardare la vita, la vita di
tanti bambini ebrei e di uno in particolare Mosè, che è divenuto leader della liberazione dall’Egitto ed è figura del Cristo.
Donne come le levatrici ebree, Sifra e Pua, che hanno evitato con astuzia la morte di tanti bambini, contrastando l’ordine di faraone.
Donne come Miriam e la mamma di Mosè, che si sono ingegnate per salvare il bambino dalle guardie di faraone.
Donne come la figlia dello stesso re e le sue ancelle, che hanno cresciuto il piccolo Mosè da privilegiato nel palazzo reale.
Donne di etnie diverse, ebree ed egiziane – ricche e povere, che si sono adoperate per la “formazione” di un “Salvatore”.
Donne che hanno messo a disposizione i loro doni, le loro ricchezze umane e materiali per il conseguimento del progetto divino.
Anche noi, uomini e donne, siamo chiamati oggi, su invito delle donne di Papua Nuova Guinea, a mettere a disposizione i nostri carismi, le nostre intelligenze, al servizio del progetto divino di pace, di fratellanza, di giustizia.
                                                                                                                         Pina Giacalone Teresi


“Siamo in molti, siamo un solo corpo in Cristo” - “Yumi planti manmeri tasol long Kraist yumi stap wampela bodi tasol”


 © 2006-2012 Chiesa Apostolica Pentecostale