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TAVOLA ROTONDA


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Città di Marsala

 

      LA DONNA E LA FEDE

           Confronto fra donne di diverse confessioni di fede e sensibilità religiosa

                 Relatrici : Manuela Linares ed Elisabetta Ribet;  Moderatrice: Pina Giacalone

Intervento del Vice Sindaco Leo Giacalone

 

 

 

 

 

 

Di genere?

No,

questione di fede

Religione come desiderio di mettersi in relazione, fede come volontà di abbandonarsi fiduciosamente. E poi i si che cambiano la storia, le testimonianze di vita vissuta, gli esempi biblici e quelli di solidarietà civile ancor prima che religiosa. O più semplicemente "una tavola rotonda cui invitare amici ed amiche, come la definisce Pina Giacalone Teresi, moglie, madre di tre figlie, insegnante, rappresentante della Chiesa Apostolica Pentecostale ed organizzatrice dell’incontro. Già perché parlare di convegno o conferenza risulta inadeguato: "La donna e la fede" vuole essere "un dialogo franco, uno scambio di idee libero e aperto e nessuno- sottolinea Pina Teresi- deve sentirsi sconfitto".

Una data simbolica quella del 7 marzo, una vigilia di festa della donna scelta per testimoniare la dignità di un essere umano che stenta talvolta ad essere riconosciuta. Nessuna volontà sessista e nessun discorso di genere, solo un’occasione per ricordare che la donna è anche capace di scelte coraggiose, di portare su di sé i fardelli propri e altrui, sostenuta da una forza che può disarmare, perché oltrepassa l’umana capacità di comprendere. La forza della fede.

Libertà, coraggio, dolore, amore, fede sono il collante di un confronto che, a primo impatto, sembra cucito addosso alle due giovani relatrici: Manuela Linares, di religione cattolica ed Elisabetta Ribet, pastora valdese; ma quando anche il pubblico spezza la catena della reticenza, il dibattito prende forma e si fa strada l’idea che i grandi temi religiosi non siano altro che le scelte di fronte alle quali la vita di ogni giorno ci pone. Chi ha introdotto la discussione, chi l’ha continuata ed arricchita con passi di Sacra Scrittura ed episodi di vita vera è "uguale" a chi, tra i presenti, ha alzato la mano per prendere parola. Parole di fratelli tra fratelli, distanze che si accorciano e storie che a volte si incrociano, dove, se non è sempre possibile trovare un po’ di sé, si può attingere per riflettere sulla propria personale storia.

"Più volte con i fratelli pentecostali siamo stati insieme intorno al Cristo risorto. Poi lo scorso anno a Roma tante Chiese cristiane si sono raccolte e lì più che mai ho avvertito lo spirito ecumenico che ci lega". Per Manuela Linares l’incontro tra religioni è fonte di scambio e, quindi, di crescita. "I fratelli delle Chiese separate - dice - mi comunicano la gioia della testimonianza di Cristo. Non dobbiamo dimenticare che è proprio una donna, una peccatrice, a dare l’annuncio della resurrezione e noi cattolici dovremmo farci annunciatori della salvezza".

Spesso concentrati sulla sofferenza, che non di rado affrontano con esemplare spirito di sopportazione, i cattolici, dunque, dimenticherebbero talvolta di farsi portavoce di Cristo, di essere profeti di fede e di messaggi di speranza, perché "dalle ceneri si può rinascere, sulle macerie si può ricostruire".

Un sì che edifica, un assenso nato dal coraggio e non per questo poco problematico, ma tanto generoso, generatore di cambiamenti che si tramandano di generazione in generazione. "Sono così le scelte delle donne di Israele. Con un sì - commenta Manuela - hanno cambiato il corso degli eventi: dall' "Eccomi!" di Maria, che a soli 16 anni accetta di portare in grembo il figlio di Dio, al si di Sara, novantenne, moglie di Abramo, centenne, che accetta di ricevere la gioia di diventare madre, sebbene al di fuori dell’età biologica e ancora quello di Jochebed, che ripone Mosè in fasce in una cesta e lascia che le acque del fiume lo trasportino via". Il grembo di Maria, quello di Sara, il fiume di Jochebed rappresentano tutti le mani grandi ed accoglienti di Dio. Le scelte delle donne di Israele simboleggiano "la fede che ha la forza di rendere visibile allo spirito ciò che è invisibile nella realtà. La fede che rende l’essere umano così sicuro del futuro, come se questo fosse già".

Ricevuto il dono di una simile forza, ci si abbandona alla stregua di un bimbo tra le braccia di una mamma, oggi come un tempo. "Credo ci sia un filo rosso che conduce tutta la nostra esistenza. Sono figlia di separati e sono diventata mediatore familiare perché ritengo di potere aiutare i figli di separati. Sono avvocato, anzi no…esercito la professione di avvocato…". A Manuela, moglie e mamma di due bambini, brillano gli occhi di gioia e di commozione insieme quando parla della sua famiglia e del suo cammino di fede: "Il Signore ha operato in me con tanto sacrificio, fino a che mi fidassi totalmente di lui; prima del matrimonio mi fu detto che non avrei potuto mettere al mondo dei bambini. Sebbene dopo una gravidanza travagliata, nacque il primo figlio, Yeshua. Dopo cinque anni, una bimba. Nonostante mi avessero consigliato di abortire, Francesca è nata ed è una bimba meravigliosa. Quale esempio migliore per i figli, se non quello di una fede forte, di un amore incondizionato, della capacità di servire Dio, anche quando questo porta di fronte ad un bivio?"

A Manuela trema la voce, pensando a scelte difficili, supportate da una fede incondizionata e sopportate grazie alla solidità di coppia e "alle preghiere, anche quelle -ribadisce - di tutti i fratelli della Comunità di cui facciamo parte".

Resistere e credere che qualcuno lassù ci sta vicino. Per Elisabetta Ribet, una giovane donna minuta, tutta energia, il ministero della predicazione è un modo per rispondere al suo Signore e alla sua Chiesa. "Mi sento – dice - come una piccola pietrina che arriva in cima ad una montagna, perché sento il peso dell’eredità che mi porto dietro".

La sua Chiesa, la Chiesa Evangelica Valdese, è figlia di violente persecuzioni e delle sentenze che il tribunale medievale dell’Inquisizione sapeva emettere, fino a ricorrere ai pubblici roghi. "Le mie antenate erano considerate donnicciole impudenti, sfacciate ed approfittatrici. Poi venivano prese ed arse vive. Ma prima di morire trovavano ancora il coraggio di scrivere sui muri delle carceri: "RESISTETE". Mi sento erede di queste donne, ma anche di altre più vicine ai nostri giorni".

Elisabetta ricorda poi l’ultima grande guerra, quando tedeschi e partigiani si trovavano alla domenica riuniti per il culto, e talvolta si recavano insieme in Chiesa. Un solo giorno a settimana, in un solo momento, lontani dall’odio e dalla violenza e questo grazie alle buone parole dispensate dalle predicatrici valdesi ai soldati tra le montagne del torinese.

Per lei la condivisione della sofferenza è un fatto viscerale. Sorride, abbozza quasi una smorfia di dolore e, toccandosi il ventre, dice: "Nella mia vita è istintiva la solidarietà nei confronti dei "minimi", dei piccoli. Mi sento sorella delle donne che lasciano il loro Paese per svolgere in Italia lavori che noi disdegniamo di fare. Eppure nei loro occhi si coglie la dignità di chi è sfruttato ma continua a credere che Dio è clemente e misericordioso e a Lui ci si può aggrappare". Si sente sorella ed erede delle donne che hanno studiato teologia e fanno servizio pastorale. "Non c’è scritto in nessun posto sulla Bibbia, afferma con tono deciso, che le donne non possano amministrare il culto o predicare il Vangelo".

Elisabetta non dimentica nessuno: emigranti, sofferenti, omosessuali, violentati, sfruttati. Di fronte a lei, vede solo delle persone che hanno bisogno di essere accompagnate e non giudicate. Il suo motto è : "Patire con, il giudizio è l’ultima cosa".

A questo punto il confronto con i presenti si anima: si dubita della pertinenza della definizione data all’incontro; ci si chiede se sia corretto parlare di "Donna e fede", se in fondo la fede possa essere ricondotta ad una questione di genere, se sia giusto parlare di ruoli, ma c’è spazio anche per temi più sociali, come la devianza giovanile, la disgregazione dei nuclei familiari, l’educazione dei figli, l’accanimento terapeutico e l’eutanasia. Le relatrici rispondono "prestando fede" al loro vissuto, alle loro esperienze spirituali. Cercano sempre di tenere ben distinta la sfera laica delle leggi dello Stato, quanto mai necessaria per una democratica e sicura convivenza civile, da quella religiosa, esclusivamente affidata al buon cuore ed alla buona coscienza di ciascuno. Fioccano gli appelli alla libertà da parte di Elisabetta: "Per me, che ben mi guardo dal vederla come non curanza o libertinismo, significa possibilità di operare delle scelte senza condizionamento  alcuno.  Mi  sento  libera  quando 

riconosco l’altro come persona e non come categoria, quando so di potere essere serva umilissima di tutti gli altri". E quelli di Manuela alla fede come "legame profondo, come relazione in grado di far incontrare l’altro, dove non c’è né uomo né donna, dove ci sono solo esseri umani uguali nella diversità". E ancora, citando S. Paolo, dice: "Ama e fa’ ciò che vuoi". Dovremmo far tesoro di ciò che l’apostolo ripeteva, che è un inno alla libertà e all’amore".

Irene Giacalone

Mercoledì 7 marzo 2007 si è tenuta, nei locali del Complesso Monumentale San Pietro, patrocinata dal Comune di Marsala, una tavola rotonda pubblica dal titolo "La donna e la Fede". Alla tavola rotonda che  ha visto una buona partecipazione della cittadinanza, era presente il Vice Sindaco Leo Giacalone e l'Assessore alle Politiche Culturali dott.ssa Giuseppina Passalacqua. L'incontro organizzato dal Dipartimento Culturale della Chiesa Apostolica Pentecostale ha visto come relatrici Manuela Linares: avvocato/mediatore familiare - Cattolica - Marsala ed Elisabetta Ribet: pastora Chiesa Valdese - Palermo.

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