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INTRODUZIONE
Il libro degli Atti degli Apostoli si presenta come un'opera storica: è su questo piano che bisogna
sintonizzarsi per comprendere quello che ha da dirci. Si pone subito la domanda circa la concezione della storia che
l'autore propone e su cui basa le sue linee teologiche ed ecclesiologiche.
La
chiesa che l'autore del libro degli Atti presenta, è una comunità formata da credenti che vengono designati col
termine cristiani. Questi cristiani che in parte provenivano dal Giudaismo e in parte dal paganesimo, vengono
identificati come discepoli e più precisamente, discepoli del Signore (9,1), sono anche indicati come i santi o i
santificati (9,13.32.41; 26,10; 20,32; 26,18) e Atti 2,47 li definisce anche i salvati. Questi cristiani tra di loro si
chiamano fratelli, appellativo abbastanza comune nel mondo giudaico usato anche nei confronti dei connazionali che pure
non condividono la fede. S.Paolo rivolse il termine di "Uomini fratelli" a coloro che lo stavano ascoltando
nella sinagoga d'Antiochia di Pisidia. Ma, il libro degli Atti usa questo termine principalmente nei confronti dei
cristiani e a questo gruppo di cristiani si è applicato il termine Ekklesia, chiesa. Tale termine è usato 23 volte
negli Atti.
E'
da dire anche che gli Atti usano il termine chiesa per indicare le chiese locali, ovvero un gruppo di cristiani riuniti
in assemblea in un luogo, (8,1; 9,31; 11,22; 13,1).
Tuttavia
gli Atti non usano il termine solo nel suo significato cristiano. Per tre volte in 19,32.39.41 esso appare nel
significato profano per indicare un'assemblea del popolo di Efeso. L'autore degli Atti non usa questo termine nei primi
capitoli della sua opera, ma solo dopo la costituzione della comunità di Gerusalemme e il termine torna con una certa
frequenza dalla fine del c. 11 al c. 20 e non compare invece negli ultimi otto capitoli.
Negli
Atti il termine chiesa è applicato a diverse realtà e possiamo distinguere:
1)
Riunione di uomini convocata a fine religioso;
2)
Gruppo di persone che si riuniscono in assemblea ad intervalli più o meno regolari nello stesso luogo;
3)
Il termine infine si stacca dal suo rapporto con un gruppo locale per indicare un'insieme di persone appartenenti allo
stesso movimento che si riuniscono in luoghi diversi con la consapevolezza di appartenere ad un unico corpo ad una
unica "chiesa".
L'autore
ha di fronte a sè due gravi problemi, uno di tipo teologico (il rapporto chiesa-israele), l'altro di tipo
storico-politico (il rapporto chiesa-stato): staccandosi storicamente dal giudaesimo, non viene anche
interrotta la continuità teologica con Israele?; tagliando il rapporto storico con Israele, la giovane chiesa
cristiana non viene anche a perdere la tolleranza che il giudaismo aveva ottenuto da Roma con il riconoscimento di
"religio licita". Il problema non si poneva all'inizio in quanto
la Chiesa era considerata una setta giudaica interna al giudaismo (At 24,5-14; 28,22), una delle tanti esistenti,
collegate al giudaismo e quindi tollerate da Roma.
Lo
sforzo dell'autore consiste nel dimostrare che i "capi" e le guide della missione cristiana, anziché
rinnegare la loro origine giudaica, vi si attengono molto strettamente. I legami storico-religiosi vanno salvaguardati:
così l'autore situa le apparizioni del risorto a Gerusalemme, e non nega l'origine galileana di molti discepoli e
apostoli, ma essi vengono presentati come residenti a Gerusalemme, dove rimangono. Pietro e gli altri sono osservanti
del Tempio, dei tempi della preghiera, e stanno anche ben attenti a non rompere la norma legale che vieta ad un giudeo
di entrare in casa di un gentile e quindi stanno anche attenti a non mangiare nessun cibo impuro, vietato dalla Legge.
Se qualcosa di diverso avviene è perché Dio stesso li ha costretti contro le loro idee di prima.
L'autore non usurpa il nome Israele per darlo alla Chiesa: negli Atti il termine Israele è sempre in
riferimento alla nazione giudaica, mentre gentile sta per "non giudeo". Questi riferimenti gli servono per
dimostrare la continuità sostanziale della storia della salvezza. Egli pone il massimo impegno nell'evidenziare la
continuità e la fedeltà della Chiesa nei confronti di Israele, e nell'evidenziare altresì l'infedeltà e la
discontinuità in cui è caduto il giudaismo nei confronti del popolo santo.
Questo
fatto spiega perché in Atti prevale una linea più conciliante nei confronti dei giudaizzanti della Chiesa primitiva e
lo stesso Paolo è più accomodante con le pratiche religiose giudaiche e
con la Legge, più di quanto non lo sia nelle sue epistole. In altre parole l'autore deve attenuare al massimo la
polemica con il giudaismo e quindi deve spostare il baricentro della teologia paolina, tanto che il Paolo delle lettere
appare con una personalità teologica diversa del Paolo degli Atti.
CAPITOLO
PRIMO
TAVOLA
CRONOLOGICA
1.
Imperatori romani 2. Procuratori
romani in Palestina
14-37 Tiberio
6-26 Coponio, Ambivio, Rufo, Grato
26-36 Ponzio Pilato
37-41 Caligola
36-41 Marcello, Marullo
41-54 Claudio
41-44 il re giudeo Erode Agrippa I
44-52 Cuspio Fado, Giulio Alessandro, Ventidio Cumano
54-68 Nerone
3.
La chiesa primitiva (date approssimative)
30:Resurrezione - Ascensione di Gesù - Pentecoste
Nascita e crescita della Chiesa a Gerusalemme
Tra
il 32-36:formazione del gruppo ellenista in seno alla Chiesa
Persecuzione contro tale gruppo (morte di Stefano e dispersione dei membri)
Fondazione di cristianità fuori di Gerusalemme e della
Palestina. Conversione di Paolo
Tra
il 32-36 e 40: ammissione dei primi pagani nella Chiesa
(Antiochia-Cesarea)
36:Pilato è sostituito da Marcello e Caifa da Gionata
Verso
il 40-43:Barnaba ad Antiochia su delegazione dei Dodici
41-44:Erode
Agrippa I è re della Palestina
Persecuzione contro gli Apostoli (morte di Giacomo, prigionia di Pietro) Fuga di Pietro
43-44:Affermazione
della Chiesa d'Antiochia ad opera di Paolo e Barnaba
44:Morte di Agrippa I - Successione del procuratore Cuspio Fado
44-48:Primo
viaggio missionario di Paolo e Barnaba a Cipro e nella Galazia del sud
49-50:Assemblea
plenaria di Gerusalemme: i convertiti dal paganesimo sono dispensati dalla circoncisione
Incidente d'Antiochia
Concilio particolare di Gerusalemme: si concordano le norme dei conviti tra Giudei e convertiti dal paganesimo
50-58:Secondo
e terzo viaggio di Paolo: nell'Asia Minore, nella Macedonia e nella Grecia
58:Paolo e Giacomo a Gerusalemme: trattamento dei simpatizzanti con il giudaismo
58-59:Paolo
prigioniero a Cesarea
59-60:Paolo
è portato a Roma
60-62:
Prima prigionia di Paolo a Roma
62-66:Viaggi
di Paolo, forse in Spagna
66/67:Martirio
di Paolo a Roma
INTERESSE
E DIBATTITO SUGLI ATTI
Il libro degli Atti si trova al centro di un dibattito di interesse culturale e sottoposto alla critica in
quanto opera storica. Nel secolo scorso uno storico del dogma F.C. Baur della scuola di Tubinga propose i criteri guida
che caratterizzarono l'interpretazione degli Atti per oltre un secolo. Baur sosteneva che gli Atti sono un'opera di
sintesi e di riconciliazione tra la libertà antilegalista e l'universalità cristiane rappresentate da Paolo e il
legalismo giudaizzante e conservatore di Pietro; paolinismo e petrinismo fusi insieme nella testimonianza storica e
letteraria degli Atti. La tesi della scuola di Tubinga trova un'eco in A.Loisy e E.Renan. Quest'ultimo sottolinea il
carattere spirituale, edificante e apologetico degli Atti più che quello storico, mentre il primo riduce il nucleo
storico del libro rispetto agli sviluppi leggendari.
Contemporaneamente
oltre all'interesse per la critica storica si sviluppa l'interesse dell'indagine sulle fonti, il cui rappresentante più
autorevole è A. von Harnack che rivaluta i dati tradizionali riguardo agli Atti e in contrapposizione alla scuola di
Tubinga.
Una terza linea di indagini si innesca sulle due precedenti e li concilia: "la critica letteraria e
l'analisi redazionale". L'attenzione viene posta sugli aspetti stilistici e letterari degli Atti mettendo in
evidenza il carattere edificante e popolare dei racconti legato ai personaggi di Pietro e Paolo. Rappresentante di
questi studi è M.Dibelius. Il campo di interesse di Dibelius è la prospettiva storico-letteraria, per lui gli Atti
sono una composizione letteraria legata ad una visione della storia. Con questo genere di studi di Dibelius, la ricerca
si sposta dal piano storico a quello letterario e teologico.
A
lui non interessa se è vero il racconto o come sono andate le cose, ma più che altro sapere ciò che l'autore
racconta e il messaggio che vuole trasmettere. L'interesse teologico e letterario sovrasta quello storico. Questo
genere di studi si accentuano soprattutto con H. Conzelmann e E. Kasemann.
Ricordiamo
inoltre, il contributo, se pure a titolo diverso nell'approfondimento dello studio degli Atti di quattro autori, uno
francese e tre italiani: J.Dupont; C.M.Martini; C.Ghidelli; R.Fabris.
Il libro degli Atti per le sue caratteristiche, non ha pari all'interno della letteratura neotestamentaria. A
causa di questa sua peculiarità la critica storica si interroga sul fatto se l'autore ha voluto trasmettere un'opera
tendenzialmente apologetica oppure un'opera sostanzialmente storica.
TITOLO
Il libro degli Atti alle origini circolava anonimo e senza titolo, ma dal II secolo è stato tramandato con un
duplice titolo: "Atti degli Apostoli; Atti di Apostoli". Tale titolo è presente in tutti i manoscritti e con
questo nome viene menzionato negli elenchi ufficiali della Chiesa, anche se esso difficilmente può esser fatto
risalire all'autore. Quando si effettuò la raccolta degli scritti neotestamentari e si compose il canone, il libro fu
collocato dopo il quarto vangelo e prima della lettere di Paolo. I raccoglitori aggiunsero ai vangeli, che narravano
l'operato di Gesù, un libro che narrava quello degli apostoli, e con la parola Atti vollero riassumere l'intera
attività (parole e azioni) degli apostoli. E' difficile pensare che l'autore avrebbe usato il termine
"Atti", in quanto nell'unico passo dove esso appare (19,18) ha il significato di "pratiche
magiche", del resto anche il termine "apostolo" è ancor meno rispondente all'abitudine dell'autore. Per
l'autore degli Atti apostoli solo i dodici e solo sporadicamente (14,14)
usa il termine per indicare gli inviati da parte della comunità.
L'autore
aveva concepito il libro, non come uno scritto a se, ma come la seconda parte di un'opera sulle origini del
cristianesimo.
Atti
degli apostoli è un titolo imperfetto rispetto al contenuto, e che l'autore difficilmente avrebbe dato. Egli non narra
le vicende di tutti e dodici gli apostoli, ma solo di Giovanni, Giacomo, Pietro, mentre presenta narrazioni anche
estese su persone che non fanno parte dei dodici come Barnaba, Stefano, Filippo e Paolo.
Il
tema quindi non è centrato sugli apostoli, né sulla chiesa, ma sulla
diffusione e la predicazione del Vangelo di Gesù attraverso i dodici, a cui Gesù ha dato l'incarico di essere suoi
testimoni fino ai confini della terra; ai dodici vanno aggiunti i sette diaconi, in particolare Stefano e Filippo; e,
infine, Giacomo, Barnaba e Paolo, ed è per mezzo di quest'ultimo che il messaggio giunse fino alla capitale
dell'Impero, Roma.
Possiamo
dire però che il termine Atti indica bene il contenuto storico dell'opera. Il libro non è una narrazione completa e
documentata della vita e dell'opera degli Apostoli, ma una narrazione di alcuni fatti e detti degli Apostoli. Ora benché
si parla degli Apostoli dei loro detti e fatti non passa inosservato il fatto che ad operare tutto è lo Spirito Santo,
e senza alcuna forzatura il titolo più appropriato sarebbe: "Atti dello Spirito Santo", infatti il termine
greco pneuma nell'intero libro ricorre ben 70 volte.
SCOPO
DEGLI ATTI
Ricostruire l'intenzione dell'autore di un libro sulla base dei generi letterari del libro stesso non è
un'impresa facile. Attualmente sono due le ipotesi che si contendono il campo. La prima che trae origine
dall'impostazione critica della scuola di Tubinga secondo cui l'intento dell'autore degli Atti è di carattere
apologetico. Secondo altri l'autore si è preoccupato di difendere e accreditare il cristianesimo come <<religio
licita>> al pari dell'ebraismo di fronte all'autorità romana. Secondo altri ancora il libro doveva servire come
documento di difesa a favore di Paolo nel processo davanti all'imperatore. Il libro si chiude con l'apostolo che si
trova in prigione coatta,e il lettore rimane in sospeso sulla sua sorte.
La seconda ipotesi sostiene che l'autore con il suo libro intende ricostruire la storia della chiesa e della
missione cristiana. In questo caso lo scopo è prevalentemente storico-teologico. Quindi a seconda dell'ipotesi che si
sostiene variano anche i destinatari: per la prima ipotesi, l'autorità imperiale e i lettori influenti dell'ambiente
pagano; per la seconda, i cristiani di origine pagana, o il gruppo giudeo-cristiano. A queste ipotesi si preferisce
invece studiare lo scopo degli Atti concentrandosi sulle peculiarità redazionali del libro. Possiamo dire che lo scopo
prevalente del libro è quello di mostrare negli eventi descritti l'azione salvifica del Cristo e stimolando la fede
nel lettore. Questo evento si presenta sotto forma di una storia riguardante tutto il mondo conosciuto di allora. Lo
scopo degli Atti va quindi ricercato tenendo conto delle comunità a cui l'autore appartiene. Con molta probabilità si
trattava di una comunità composta prevalentemente da pagani convertiti interessati alle radici veterotestamentarie del
messaggio cristiano. Essendo testimoni dell'espansione di una Chiesa che si allontanava sempre di più dall'Israele
storico, la loro preoccupazione si poneva su come conciliare le promesse fatte nell'Antico Testamento a Israele. Una
Chiesa immersa totalmente nel mondo pagano e fuori dal contesto sociale
ebraico che tipi di legame può avere con i disegni di Dio espressi nell'A.T?
Appare chiara la linea di sviluppo della Chiesa delle origini; la
fondazione di nuove chiese segue un percorso che va da Gerusalemme fino
a Roma toccando Cesarea, Efeso, Antiochia, Corinto, Tessalonica. Appare
chiaro che scopo dell'autore è quello di dare un racconto ordinato degli
avvenimenti e non una ricostruzione storiografica. La sua preoccupazione
consiste nel collocare i ricordi e le tradizioni storiche dentro una
cornice teologica e consiste nel far emergere le radici storiche e
spirituali della chiesa quale prolungamento spirituale di Israele.
Allora possiamo dire che lo scopo del libro degli Atti è insieme
storico, teologico e apologetico.
I
fatti non sono narrati per il valore che hanno in sè, ma anche per il disegno divino che in essi si attua. I fatti
sono presentati come parte integrante del piano salvifico di Dio e mostrano la continuità delle profezie messianiche
con la Chiesa attraverso la persona di Gesù. Destinatari degli Atti quindi sono i cristiani di qualsiasi provenienza.
AUTORE
Benché il libro non porta il nome dell'autore, vi è oggi tra gli studiosi la convizione comune che l'autore
degli Atti è lo stesso che ha scritto il terzo vangelo. Sia il prologo del terzo vangelo che quello degli Atti sono
indirizzati alla medesima persona, un certo Teofilo. Secondo Tertulliano, Girolamo, Ireneo, Origene, Clemente
Alessandrino e secondo il Canone Muratoniano, l'autore è Luca, seguace e compagno di Paolo, suo collaboratore nella
predicazione del vangelo. Anche M. Dibelius sostiene che l'autore sia l'antiocheno Luca medico e compagno di Paolo di
cui parla la tradizione.
Il
libro non ci offre notizie sull'autore oltre che nel prologo dove vi è il diretto rapporto con l'altra opera dello
stesso autore. Questo depone a favore dell'unità di autore per entrambi i libri. Pertanto tutte le ipotesi a favore di
Luca quale autore del terzo vangelo, valgono anche per gli Atti.
La
convinzione comune tra gli studiosi viene a cadere quando si pone il problema se l'autore sia da identificare con uno
della sezione <<noi>> (At 16,10-17; 20,5-21; 27,1-28). Se si accetta tale identità si deve ritenere, così
come la tradizione, che l'autore è stato compagno di Paolo in alcuni suoi viaggi e quindi testimone oculare di parte
degli avvenimenti narrati, soprattutto quelli che si riferiscono all'attività di Paolo. Secondo Ghidelli, le sezioni
<<noi>> costituiscono invece un elemento sicuro d'identificazione dell'autore con un compagno di viaggio di
Paolo, Luca il medico di cui parla l'Apostolo.
A.
Harnack e H.J. Cadbury con delle ricerche accurate di carattere filologico, concludono che: il vocabolario e lo stile
delle sezioni noi sono identici a quelli del resto dell'opera. L'autore delle sezioni noi è lo stesso che ha composto
l'intera opera. Non tutti gli studiosi sono concordi con questa identificazione letteraria, ma lo stesso concludono che
il Luca della tradizione è l'autore degli Atti.
Le principali obiezioni rivolte contro l'identificazione al Luca tradizionale del libro dedicato a Teofilo non
sono di carattere stilistico o letterario, ma ideologico. Esse sono principalmente due:
1)
la mentalità teologica di Luca è diversa da quella di Paolo;
2)
la descrizione che Luca fa di Paolo non corrisponde a quella che si ricava dall'epistolario paolino. A tal proposito
scrive R. Fabris: "Il Paolo delle lettere non ammette compromessi tra la legge e la fede cristiana come invece
sembra ammetterli negli Atti; il Paolo storico difende vivamente il suo diritto al titolo di apostolo alla pari degli
altri dodici, mentre in Atti questo titolo è riservato al gruppo storico di Gerusalemme e Paolo è chiamato
<<apostolo>> assieme a Barnaba in un senso molto stemperato e neutro (At 14,4-14)".
Ora, benché l'autore degli Atti si dimostri male informato su alcuni tratti dell'apostolo Paolo e benché sia
diversa la mentalità da quella delle epistole, non si può rinunciare alla tradizione che l'autore del libro
appartenga alla cerchia di Paolo. A un esame più attento tra il terzo vangelo e il libro degli Atti si possono trovare
delle convergenze: i due scritti attribuiscono notevole importanza all'azione dello Spirito Santo; alla preghiera; alla
conversione; agli angeli; alle donne; e soprattutto presentano Gesù come il protagonista vero e proprio. Quindi
unificandoci alla tradizione chiameremo l'autore degli Atti col nome di Luca.
Egli
è un uomo di cultura con qualche familiarità con autori classici e ellenistici, proviene dal paganesimo ma ha una
buona conoscenza della Bibbia greca-traduzione dei LXX. Probabilmente originario di Antiochia (11,28) di professione
medico come riferisce lo stesso Paolo in Colossesi 4,14.
Redige
il suo libro secondo gli usi letterari del tempo e usa un greco scorrevole. Egli presenta spiccate capacità di ricerca
storica, abilità letteraria e di sintesi circa le informazioni avute. E' il primo storico della chiesa, ma non è solo
tale, soprattutto è teologo: il teologo della storia della salvezza. Con capacità magistrale è riuscito a far
conoscere la propagazione del Vangelo e della predicazione al mondo intero e il passaggio dal giudaismo al mondo dei
pagani. Il suo intento è di comporre un altro vangelo, il vangelo dello Spirito Santo.
Circa la data di composizione le opinioni sono tra le più svariate e non si può dire con esattezza quando
scrisse.
Le
ipotesi sostenute sono sostanzialmente tre:
1)
Una datazione intorno agli anni 60-63 è suggerita da alcuni autori a causa della finale brusca del libro, questo per
due motivi. Primo poiché l'autore sembra non conoscere le lettere di Paolo, secondo il libro termina con Paolo in
prigione a Roma in attesa del processo. Come è stato sottolineato da molti, il libro termina con una nota di trionfo,
raccontando come Paolo fosse arrivato a proclamare il Vangelo fino a Roma, senza impedimenti e ostacoli. Ora, come
sarebbe stata possibile una tale nota di trionfo se l'Apostolo fosse stato già ucciso al tempo in cui Luca scrive? E
ancora, se la persecuzione scatenata da Nerone contro i cristiani avesse avuto luogo? Il libro non riferisce alcuna
notizia su tale persecuzione e neanche riferisce alcuna notizia sulla rivolta giudaica del 66 d.C. e l'occupazione di
Gerusalemme da parte delle truppe romane guidate da Tito e la distruzione del Tempio nel 70.
L'Autorità
romana aveva concesso a Paolo di svolgere liberamente per due anni attività apostolica a Roma. Luca
approfitta di tale tempo per scrivere il suo secondo trattato facendo al tempo stesso una chiara distinzione fra
Giudaismo e Cristianesimo, in un momento in cui la Giudea era in rivolta contro l'impero. Tali considerazioni portano a
concludere che Luca scrive in coincidenza con gli ultimi eventi narrati.
2)
Datazione dopo il 70 e intorno agli anni 80.
Le
motivazioni per tale ipotesi si possono sintetizzare nel seguente modo: Il libro degli Atti presenta il racconto con
una certa distanza dai fatti narrati e anche per il fatto che il terzo vangelo che fu scritto prima viene datato dopo
il 70, in quanto utilizza l'Evangelo di Marco, composto secondo gli studiosi verso gli anni 70. Quindi il libro è
stato scritto pressappoco al tempo di Vespasiano, 69-79. E' possibile che una bozza, scritta precedentemente al libro
degli Atti come lo conosciamo oggi, fosse stata preparata da Luca se non proprio per servire da <<documento
processuale>> allorquando Paolo si appellò all'Imperatore, per lo meno come un'informazione attendibile con lo
scopo di fornire notizie sulle origini ed il carattere del cristianesimo all'intelligente classe sociale media romana,
alla quale apparato apparteneva Teofilo. Potrebbe darsi che il <<caso>> di Paolo abbia costretto alcuni dei
magistrati romani che dovevano esaminarlo, a documentarsi maggiormente su quella <<Via>> che aveva
sollevato tanta animosità contro Paolo da parte dei suoi concittadini Giudei; ma dove avrebbero potuto trovare i
documenti storici attendibili? Luca si sarebbe quindi assunto il compito di provvedere esattamente a ciò che essi
cercavano. Ma successivamente Luca allargò ed estese questa bozza preliminare, scritta ad hoc, includendovi altro
materiale che non era particolarmente importante agli effetti della difesa di Paolo. Se la persecuzione neroniana, al
tempo della pubblicazione dell'opera così completata fosse già avvenuta e tramontata, e Paolo fosse morto, ciò non
aveva importanza.
3)
La terza ipotesi si poggia sul fatto che sembra che il libro degli Atti abbia dei contatti con le Antichità giudaiche
di Giuseppe Flavio, scritto nel 93 d.C. (cf. At 5,36 e Ant. giud.97ss; At 22,21 e Ant. giud. XIX 345ss) e con la Guerra
giudaica dello stesso autore, scritta nel 77-78 d.C. (cf At 21,38 e Guerra giud.II 261ss; cf anche Ant. giud. XX 169ss)
e che potrebbero perciò collocare gli Atti dopo la pubblicazione di queste opere. Ma, secondo alcuni studiosi non si
tratterebbe di una dipendenza degli Atti dalle opere di Flavio quanto l'uso comune di notizie simili e fonti.
TESTO
E FONTI
Nel comporre il suo secondo libro Luca si è servito di elementi di origine diversa. Non si sa se ha preferito
più le relazioni orali o documenti scritti o fonti. Quando si parla di fonti si intendono dei documenti scritti con
una loro fisionomia letteraria, legati a un ambiente culturale; il loro scopo rimaneva pratico organizzativo,
parenetico, liturgico, catechetico, ecc.
A.
von Harnack propose l'ipotesi delle fonti e di scoprire eventuali documenti tenendo conto dei luoghi a cui si
riferiscono e delle persone che possano esserne l'origine. Si avrebbe così una fonte "antiochena" legata
alla comunità di Antiochia e alla persona di Sila (6,1-8; 11,19-30; 12,25-15,35), una fonte gerosolimitana-cesariense
A, legata alla persona di Filippo (Pietro) (3,1-5.16; 8,5-40; 9,29-11,8; 12,1-24), e infine una fonte gerosolimitana B,
che riprodurrebbe alcuni fatti già narrati dalla fonte precedente, ma con abbellimenti (2; 5,17-42)
L'ipotesi
di Harnack ebbe un certo seguito e fu ripresa con precisazioni ulteriori e ritocchi da parte di J. Jeremias, R.
Bultmann e P. Benoit.
Quando
l'autore si mise all'opera, esistevano già degli scritti del genere "vangelo", ma non ancora degli
"atti degli apostoli"; il prologo degli Atti, a differenza di quello del terzo vangelo, non esclude che
l'autore abbia fatto parte dei testimoni oculare, per cui può benissimo aver composto alcune parti del suo secondo
libro in qualità di testimone oculare. Per questi due motivi, il problema delle fonti si pone a priori per gli Atti in
modo diverso che per il vangelo di Luca. Mentre in questo ha attinto senza dubbio gran parte del materiale da fonti
scritte, per gli Atti ne deve aver avuto a disposizione in quantità assai limitata.
Si
dovrà ammettere senz'altro la presenza di una fonte scritta specialmente per la prima parte degli Atti. Essa proveniva
senza dubbio dalla comunità primitiva, ma non è certo che si tratti, come alcuni hanno sostenuto, di fonte scritta
originariamente in aramaico; tuttavia dev'essere stata composta sotto l'influsso dell'ambiente giudaico-cristiano.
Probabilmente Luca ha potuto servirsi di appunti scritti provenienti dalla comunità primitiva anche per il
racconto dell'elezione di Mattia (1,15ss), della messa in comune dei beni (4,32-5,11) e del concilio apostolico
(15,5ss).
Inoltre,
è probabile che Luca, soprattutto se era Antiocheno, avesse per le mani degli appunti scritti riguardanti i cristiani
ellenisti; da essi deriverebbero le liste dei capi in 6,5 e 13,1 e le importanti informazioni sull'attività degli
ellenisti (8,4; 11,19ss) e della comunità antiochena (11,25-30). Forse questa fonte era scritta, almeno parzialmente,
in prima persona plurale, come fa supporre la lezione del Testo B in 11,28:
Si dovrebbe includere anche una fonte particolare "efesina" da cui l'autore deve aver attinto qualcosa che
riguardava più o meno da vicino l'attività missionaria di Paolo e che egli avrebbe inserito in maniera più o meno
organica nello sviluppo del suo racconto, come le notizie su Apollo e i discepoli di Giovanni (18,24-19,7), i due anni
di attività di Paolo nella scuola di Tiranno (19,9ss), l'episodio dei figli di Sceva (19,13-17) e quello del tumulto
provocato da Demetrio (19,23-40).
Ma
è soprattutto l'uso del "noi" nella seconda parte del libro a partire da 16,10 ad indicare con molta
probabilità la presenza di una fonte scritta; tuttavia, vi si deve scorgere la base anche per quei brani che,
per quanto composti in terza persona, rivelano un'esatta corrispondenza di linguaggio, stile e caratteristiche con le
"sezioni noi" e ad esse si connettono immediatamente. Ciò vale, p. es., per le indicazioni di viaggio come
in 17,1; 18,18ss., per la lista dei compagni di viaggio in 20,4 e soprattutto per alcune parti del processo di Paolo.
Luca prosegue con il "noi" fino a immediatamente prima dell'arresto di Paolo (21,18) e lo reintroduce con la
deportazione a Roma (27,1); nei brani intermedi, il narratore riferisce i fatti in terza persona, probabilmente perché
deve aver partecipato allo svolgimento del processo solo da lontano.
Oltre
a ciò, l'autore deve aver fatto uso di appunti scritti anche per alcuni brani isolati del suo racconto, come la
conversione di Paolo, l'attività di Pietro nella regione costiera e la fine di Erode Agrippa I. Ma si deve supporre
che Luca abbia trattato alcuni di questi brani con ampia libertà. Molte informazioni singole può averle ottenute
anche con inchieste personali nelle comunità ellenistiche per mezzo di intermediari o di lettere; comunque, bisogna
sempre fare i conti con la possibilità, e anche probabilità, che nei singoli casi sia stato Luca il primo a fissare
per iscritto questo tipo di dati.
Col sorgere del metodo della storia delle forme, nell'esegesi dei vangeli, che promuoveva l'analisi delle
piccole untià letterarie, gli studiosi orientarono la ricerca sugli Atti in tal senso. Su queste linee si sono mossi
H. Conzelmann, J. Dupont, W.C. Kummel, U. Wilckens e M. Dibelius.
Per
quanto riguarda la prima parte dell'opera Luca ha dovuto attingere da una documentazione precedente, mentre per la
seconda parte si può riconoscere l'esistenza di un diario di viaggio. La discussione si è centrata attorno alle
sezioni noi, cioè a quei brani del viaggio dell'Apostolo Paolo che si distinguono dal resto in quanto sono redatte in
prima persona plurale. Le sezioni noi risultano essere la parte del documento chiamato "diario di viaggio",
osservazioni, note personali ecc di Luca. M. Dibelius ha sostenuto che alla base dei viaggi di Paolo vi sia un
documento di appunti dove sono elencate l'attività missionaria, la tappa del viaggio, la fondazione della comunità,
l'indicazione circa l'ospitalità ricevuta, la reazione degli ascoltatori, la partenza.
Il testo originale degli Atti ci è giunto attraverso molti manoscritti antichi e frammenti di papiro, alcuni
dei quali risalgono al 3° e al 4° secolo, a questo possiamo aggiungere la testimonianza delle versioni antiche: copta,
siriache, latine, volgata. Degli Atti esistono due grandi forme o tipi di testo: uno orientale o alessandrino, più
corto, attestato dal Codice Vaticano, Sinaitico all'Alessandrino e dalla maggioranza degli altri codici maiuscoli, e
una forma detta occidentale più lunga detta antiochena o siriana attestata dai codici maiuscoli greco-latini D, E.
Le ipotesi proposte per spiegare la duplicità delle edizioni sono due: quella di F. Blass ripresa da T. Zahn
secondo cui si tratta di due edizioni dello stesso autore; oppure, si ipotizza che il codice occidentale sia una
revisione del II° secolo per motivi teologici e stilistici del testo originale. La maggior parte degli autori dà la
preferenza a questa seconda soluzione.
MESSAGGIO
Il libro degli Atti non è una esposizione sistematica della dottrina cristiana e anche i discorsi più densi
teologicamente non lo sono, ma un libro narrativo. Esso è stato concepito come continuazione del terzo vangelo. Ben
presto ci si accorge che l'orizzonte dottrinale è molto limitato. I contenuti essenziali dei discorsi sono concentrati
sull'annuncio della morte e risurrezione di Gesù, il perdono dei peccati, il battesimo dei credenti nel nome di Gesù
e la promessa del dono dello Spirito Santo per quelli che si convertono. Questo però non significa che gli Atti non
hanno teologia, in esso c'è una riflessione su Dio e la sua azione storica fatta con gli strumenti e i modelli
culturali di uno scrittore che si colloca all'interno della tradizione biblica e cristiana. E' un tipo di teologia che
traspare attraverso la storia e gli avvenimenti. E' un modo di parlare di Dio attraverso la storia. L'autore ha voluto
presentare il percorso salvifico privilegiando il modello biblico del viaggio o cammino, e usa ben cinque volte il
termine <<Via>> intesa come via della salvezza. Questo cammino va dalla Galilea, passa per Gerusalemme per
poi raggiungere i confini del mondo. Luca presenta un movimento religioso sorto in Palestina ma che diviene ben presto
patrimonio di un mondo lontano ed estraneo come quello dei pagani. Egli costruisce la continuità non solo sul piano
storico nella successione dei vari eventi, ma come continuità del progetto salvifico di Dio.
Al
centro di questo progetto salvifico sta la persona di Gesù Cristo che è anche centro della predicazione apostolica.
Di Lui parlò Mosè ed è stato predetto nella Scrittura. Gesù è un
discendente di Davide, ha predicato e operato miracoli, è stato tradito e messo a morte ma è risuscitato il terzo
giorno ed è apparso agli apostoli per poi ascendere al cielo. Solo per la
fede in Lui e per il battesimo nel suo nome (At 2,38) è possibile ottenere la salvezza.
Gesù
sta al centro dei sette discorsi missionari e i tratti essenziali sono: il suo battesimo ricevuto da Giovanni,
l'attività in Galilea, la condanna a morte in Giudea, la resurrezione e le apparizioni. Egli glorificato dona la
promessa dello Spirito Santo.
Dio
viene presentato come Dio dei padri <<Il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe>> il Dio della gloria, il Signore
dell'esodo, quello dei profeti; un Dio fedele e imparziale il cui volto storico della sua fedeltà e amore è Gesù.
Lo
Spirito Santo promesso dai profeti e da Gesù è presente con il suo influsso in tutta la vita della Chiesa. La
manifestazione fondamentale si ha nella Pentecoste che inaugura l'inizio del tempo messianico e l'inizio dell'attività
della Chiesa. Lo Spirito è effuso su tutti i credenti senza limiti.
In
tutto il libro degli Atti l'azione dello Spirito è presentata con grande frequenza. E' lo Spirito che dà istruzioni a
Pietro e a Filippo; prende l'iniziativa per l'azione missionaria di Paolo. Consola, assiste nei momenti difficili.
La
Chiesa viene presentata come la comunità dei credenti, vivono in unità, condotti dagli apostoli che sono a capo della
comunità, successivamente dai presbiteri come Giacomo pastore della chiesa di Gerusalemme. Per i primi dieci capitoli
la figura dominante è quella dell'Apostolo Pietro, a lui spetta il ruolo fondamentale dell'ammissione dei pagani nella
Chiesa. Nella seconda parte del libro invece la figura dominante sarà quella di Paolo.
Negli
Atti un posto importante ha la fede, il battesimo nel nome di Gesù menzionato per ben 4 volte (2,38; 8,16; 10,47;
19,5) l'imposizione delle mani; l'eucaristia; la preghiera.
A conclusione di questa carrellata sulla teologia degli Atti si può dire che Luca prendendo alcuni
elementi della tradizione e rielaborandoli presenta l'attività di Dio sulla chiesa.
COMPOSIZIONE
E STRUTTURA
Quali furono le fonti di informazione di cui si servì Luca per
descrivere con tanta accuratezza e fin dal principio il corso degli eventi? Egli stesso era stato presente in alcuni
episodi di quelli narrati negli Atti e questo viene fatto notare con delicatezza ma senza possibilità di equivoco
quando, d'un tratto, egli cambia i verbi dalla terza persona singolare alla prima plurale come si nota in 16,10; 20,5;
27,1; si tratta di tre versetti che sottolineano l'inizio di quella che comunemente si chiama la sezione
<<noi>> in cui i verbi vengono usati al plurale. Naturalmente
è possibile supporre che l'autore degli Atti abbia incorporato nelle sue opere il diario di viaggio di qualche
testimone e il <<noi>> del diario includa l'<<io>> presente in1,1.
E'
probabile pure che Luca abbia impiegato buona parte dei due anni trascorsi da Paolo in prigione a Cesarea per mettere
in ordine il materiale che egli aveva raccolto sino a quel momento.
Il libro da Luca composto è il risultato di diverse fonti di informazione da lui elaborate in un racconto
unitario che ha una certa affinità col terzo vangelo. In esso vengono presentate le fasi dello sviluppo della chiesa
primitiva distinte in tre periodi: la chiesa di Gerusalemme i cui cristiani provengono dal giudaismo, gli strumenti
sono gli apostoli in particolare Pietro; le chiese delle regioni circostanti la Palestina fino ad Antiochia con Samaria
al centro, gli strumenti usati dal Cristo sono gli ellenisti, in particolare Filippo; le chiese del mondo pagano
formate principalmente da pagani convertiti, gli strumenti sono prima Pietro e poi Paolo.
Vi
è un parallelismo tra Pietro e Paolo. Ambedue guariscono uno storpio (3,2ss; 11,8ss), risuscitano un morto (9,40ss;
20,10); scacciano i demoni (5,16; 16,16ss); vengono liberati miracolosamente dalla prigione (5,17ss; 12,2ss; 16,23ss).
Dei due personaggi Luca trasmette un numero di discorsi quasi uguale,
circa nove (1,16ss; 2,14ss,38ss;3,12ss; 4,8ss; 5,29ss; 10,34ss; 11,4ss; 13,16ss; 15,7ss; 14,15ss; 17,22ss; 20,18.ss;
22,1ss; 24,10ss; 26,2ss; 28,17ss.25ss).
Per quanto riguarda la lingua e lo stile, nel libro vi sono circa 500 termini propri degli Atti in quanto non
ricorrono negli altri scritti del Nuovo Testamento. Luca scrive col greco in uso nel suo ambiente sia letterario come
popolare e usa la versione greca dei LXX. Si riscontrano dei <<semitismi>>, cioè costruzioni greche
imparentate con le lingue semitiche. Luca con la sua opera intende presentarsi al pubblico dei lettori con la dignità
di un'opera letteraria, egli usa la cosidetta KOINE', la lingua greca popolare universalmente usata nel mondo
ellenistico. Egli procede col metodo detto a <<blocchi>>, cioè, quando inizia un argomento lo porta a
termine, poi lo abbandona per passare ad un altro ciclo narrativo.Benché Luca abbia usato questa libertà, gli
studiosi riconoscono che la lingua, il vocabolario, le frasi, le costruzioni riflettono il lavoro di un unico autore.
Tra il materiale narrativo si possono individuare i seguenti generi:
prediche
missionaire o Kerygmatiche; tracce di
catechesi;
discorsi apologetici;
lettere
o documenti, come quello inviato
dall'Assemblea di Gerusalemme alle chiese;
preghiere;
racconti di viaggio;
racconti
di missione; racconti di miracolo.
Descrizione di episodi determinati come le scene del processo di Paolo, i tumulti assembleari nelle piazza, il
naufragio di Paolo, i sommari,
(comunemente citati sono 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16), generalmente non sono concatenati col contesto immediato;
i
discorsi, si possono dividere in tre gruppi: discorsi kerygmatici At 1-5; discorsi-apologie At
7-11-22-23-24-25-26-28; discorsi-testamento At 20. A questi discorsi vanno aggiunti quelli di Pietro e Giacomo
pronunciati al concilio di Gerusalemme. Questi discorsi non sono altro che delle sintesi di ciò che effettivamente è
stato detto nelle circostanze storiche e di cui il più lungo non supera i 5 minuti. I modelli letterari dei discorsi
sono quelli della tradizione cristiana: raccolte di testi biblici, sintesi di catechesi, formule di fede. Dei discorsi
ricordiamo: I discorsi di Gerusalemme, primo tra tutti quello di Pentecoste dove si mostrano i temi fondamentali della
fede dei primi cristiani; il discorso di Stefano; quello di Pietro (10,34-43) a Cesarea; il discorso di Paolo per
quanto riguarda i Giudei della diaspora (13,16-41; i discorsi di Listra (14,15-17); di Atene 17,22-31.
Le
ripetizioni, tipiche sono le tre narrazioni della conversione di
Paolo, (9,1-18; 22,5-16; 26,10-18), come pure ripetute più volte i racconti della conversione di Cornelio (10,1-11,18
e 15,7-9.
Infine
ricordiamo ripetizioni di frasi o temi e le
descrizioni sommarie.
A
livello di struttura si può affermare che Luca si serve di una economia del racconto ben ordinato con una equilibrata
e organica proporzione delle parti.
Tenendo
presente tutte queste considerazioni il libro si può dividere in cinque parti:
1)
Le origini della Chiesa di Gerusalemme.
2)
La violenta persecuzione che sorge a causa di Stefano e che porta ad intensificare l'attività missionaria in Samaria,
in Giudea e in Siria.
3)
Missione di Barnaba e Paolo in Asia e il concilio di Gerusalemme.
4)
Missione di Paolo nelle principali città della Grecia.
5)
Arrivo di Paolo a Gerusalemme, suo imprigionamento e viaggio a Roma.
QUADRO
GENERALE DEL RACCONTO
Il libro degli Atti è stato concepito da Luca come un continuum o seconda parte del suo Vangelo, quindi come
opera unica. I due libri manifestano un disegno unico e l'autore intende presentare i fatti da storiografo, ma col
proposito di far avvertire l'opera di Cristo nella storia. Essi presentano Gesù manifestatosi prima in Galilea e poi a
Gerusalemme, sua morte e risurrezione, sua ascensione. Questi fatti sono: l'Ascensione di Gesù, l'elezione di Mattia,
la prima Pentecoste e le altre, la scelta dei sette diaconi, le prime missioni evangelizzatrici, la fondazione della
Chiesa di Antiochia, l'evangelizzazione dei pagani, la conversione di Paolo, i suoi itinerari missionari, l'espansione
del Vangelo nel mondo greco-romano. A questi racconti Luca collega alcuni cicli narrativi: Per esempio: a Antiochia
collega la predicazione di Paolo.
Gli
Atti presentano il percorso della diffusione del messaggio di salvezza, parte da Gerusalemme attraverso la Samaria e la
Giudea si estende in Siria, Asia Minore e Grecia per poi giungere nella capitale dell'Impero Romano. La missione di
portare il Vangelo nei primi 12 capitoli è affidata a Pietro, dal 13° in poi il compito è affidato principalmente a
Paolo che continua l'opera iniziata da Pietro e dai dodici. Paolo allarga questa missione e porta la Parola di Dio in
tutta l'Asia Minore e a Roma, dove arriva a causa del suo arresto e appello a Cesare.
Il
libro si chiude con Paolo in prigione ma libero di predicare la Parola.
Possiamo
concludere col dire che, anche gli Atti per la loro natura non sono altro che una testimonianza di fede sull'intervento
di Dio attraverso Gesù Cristo in una fase della storia terrena.
TEOLOGIA
E. Lohse ha definito Luca "teologo della storia della salvezza", mentre A. Pierson
"teologo dello Spirito Santo".
Storia
e teologia si dispongono meravigliosamente nell'opera di Luca. Lo Spirito Santo controlla tutta l'opera: Egli guida i
messaggeri, come Filippo nel cap.8 e Pietro nel 10; Egli guida la chiesa di Antiochia a mettere da parte Barnaba e
Saulo per il lavoro al quale Egli stesso li ha chiamati (13,2); Egli li guida di città in città, impedendo loro di
predicare in Asia e di entrare in Bitinia, ma dando loro chiare indicazioni di dirigersi verso l'Europa (16,6-20); a
Lui viene dato il giusto riconoscimento nella lettera scritta dal concilio apostolico alla Chiesa di Siria e della
Cilicia: <<è parso bene allo Spirito Santo e a noi>> (15,28). Egli parla per mezzo dei profeti, predicendo
per esempio la carestia che sarebbe venuta ai giorni di Claudio, e l'arresto di Paolo in Gerusalemme (11,28; 21,11), e
ciò nella stessa maniera in cui aveva parlato per mezzo dei profeti ai tempi dell'A.T. (1,16; 28,25). E' Lui in primo luogo che sceglie gli anziani di una chiesa per essere i suoi conduttori (20;18). A Lui si può
mentire (5,3), Lo si può tentare (5,9) e Gli si può resistere (7,51). Egli è il principale Testimonio della verità
del Vangelo (5,32).
Riassumendo,
per Luca come per Paolo, l'età presente è l'età dello Spirito Santo e della chiesa, nella quale l'opera compiuta da
Cristo per il Suo popolo si manifesta per mezzo dello Spirito, mentre le <<potenze dell'età a venire>>
operano di già attraverso lo stesso Spirito. Luca considera che l'età dello Spirito costituisce una fase distinta ed
importante della storia della salvezza, e scoraggia le impazienti ed eccessive brame di una parousia imminente.
INTERESSE APOLOGETICO
Se lo scopo primo e ben specificato della storia di Luca era quello di fornire a Teofilo (e alla classe dei
lettori che egli rappresentava) un fedele rapporto delle origini del Vangelo, e del suo avanzamento dalla Palestina
verso l'Italia, vi si possono discernere anche altri obiettivi. Uno di questi è ovvio: dimostrare che il movimento
cristiano non costituiva una minaccia per la legge e per l'ordine nell'Impero Romano. L'autore è in grado di
dimostrare questo attraverso le testimonianze degli stessi rappresentanti dell'autorità imperiale. Come quella di
Pilato che dichiarò che il nostro Signore "non era colpevole" della triplice accusa di ribellione, sedizione
e tradimento, così Luca può dimostrare che allorquando accuse simili venivano portate contro i Suoi seguaci, esse
incontravano un ben scarso effetto. E' vero che i pretori di Filippi imprigionarono Paolo e Sila a causa di una
minaccia agli interessi privati, ma essi dovettero poi liberarli con umili scuse per il loro violento eccesso
giurisdizionale (At 16,19ss.35ss).
I
politarchi di Tessalonica furono lieti di trovare dei cittadini locali pronti a costituirsi garanti del buon
comportamento dei missionari (At 17,6-9). Gallione, il proconsole dell'Acaia, fratello dell'influente Seneca che era
consulente e tutore di Nerone nei primi anni del suo Impero, rifiutò di ascoltare le accuse portate dai giudei di
Corinto contro Paolo, riconoscendo che non si trattava di accuse che potevano interessare la legge romana, ma solo di
problemi interni di teologia giudaica (At 18,12-17).
Ad Efeso Paolo fu oggetto della benevolenza degli Asiarchi, i capi delle città della provincia asiatica
(19,31); e quando scoppiò un tumulto a causa di paventati pericoli di interessi privati minacciati dal cristianesimo
contro il culto di Artemide di Efeso, il segretario della città testificò che né Paolo né i suoi compagni potevano
essere imputati di offesa contro il culto della grande dea (19,35-41).
A
Gerusalemme i più fieri nemici di Paolo fecero di tutto per far si ch'egli venisse condannato dai governatori romani,
Felice e Festo, ma con esito clamorosamente negativo; sia Festo sia re Agrippa II ammisero che egli non aveva commesso
cosa alcuna degna di morte o di prigione, e che avrebbe potuto essere liberato se non si fosse appellato al supremo
Tribunale dell'Imperatore di Roma per assicurarsi un processo più equo di quello che egli temeva di avere in Palestina
(26,32). E gli Atti finiscono con una nota trionfante: Paolo condannato al
domicilio coatto, ma che prosegue la sua opera missionaria, senza molestia, nella stessa città imperiale. Da tutto ciò
si può dedurre che dei magistrati equi potevano prendere delle decisioni conformi agli ideali imparziali della legge
romana, e non accettare le relazioni inesatte di coloro che accusavano il cristianesimo ed i suoi predicatori di
attività sovversiva e nemica degli interessi dell'amministrazione imperiale.
Non
si può tuttavia negare che là dove si recavano Paolo ed i suoi compagni, sorgessero delle difficoltà. Ma se questo
nuovo movimento era realmente così innocente come Luca voleva dimostrare, come potevano spiegarsi le agitazioni che
dappertutto lo accompagnavano? Affrontando questo argomento l'autore dimostra di essere un pioniere, sotto un altro
aspetto di quell'apologetica cristiana che doveva più tardi divenire popolare, la difesa dell'evangelo contro i
Giudei, condotta in maniera tale da presentare il cristianesimo, e non il giudaesimo, come il vero adempimento della
fede dei patriarchi e dei profeti. Se si fa eccezione degli incidenti successi a Filippi e del tumulto di Efeso, Luca
spiega che le difficoltà incontrate dal Vangelo erano dovute esclusivamente all'opposizione fomentata quasi
dappertutto dai Giudei. Nei Vangeli è il Sinedrio giudaico, negli Atti troviamo che i nemici più fieri del Vangelo,
in quasi ogni luogo visitato da Paolo sono sempre e solo i giudei.
A
Damasco, Gerusalemme, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra, Tessalonica, Berea, Corinto, sono gli stessi concittadini
di Paolo che creano le difficoltà maggiori al suo lavoro. Essi si dimostravano molto risentiti per il modo con cui
Paolo, dal loro punto di vista, influenzava illecitamente i loro simpatizzanti visitando le sinagoghe e, con lusinghe,
allontanava i gentili che avevano accettato il loro culto i quali, secondo le loro speranze, sarebbero divenuti un
giorno dei veri proseliti.
La gran parte dei giudei che abitavano le città visitate da Paolo non accettavano Gesù quale Messia, ed erano
di conseguenza ripieni di furore allorquando erano i gentili a riconoscerlo; e mentre gli Atti ricordano il costante
avanzamento del Vangelo nelle grandi comunità gentili dell'Impero, essi rammentano nel contempo il suo rifiuto sempre
più violento da parte di quella stessa nazione alla quale esso era stato, per prima, presentato.
VALORE STORICO
Il libro degli Atti è l'unico del Nuovo Testamento che presenta una storia ordinata delle origini cristiane.
Benché Luca non abbia voluto fare una narrazione completa delle origini cristiane, secondo gli studiosi egli intende
presentare dei fatti realmente accaduti ma letti sotto una prospettiva
teologica. Ma gli Atti hanno subito da parte della critica letteraria un attacco durissimo, essendo stati accusati di
non credibilità; l'autore è stato accusato di essere troppo tendenzioso ed ha manipolato il materiale autentico al
punto che la sua visione della storia risultà distorta. Questo verdetto è stato ammorbidito dalla nuova critica
letteraria. Secondo M. Dibelius Luca più che essere uno storico è uno scrittore, mentre per H. Conzelmann e E.
Haenchen un teologo più che uno storiografo. Altri autori inglesi e americani affrontano il testo con gli strumenti
classici dell'indagine filologica, letteraria e archeologica; quindi, il libro degli Atti risulta essere un capolavoro
di accuratezza storica in quanto Luca inserisce la sua opera nella cornice degli avvenimenti contemporanei dell'Impero.
Egli è l'unico, fra gli scrittori del Nuovo Testamento, che, di passaggio, menziona il nome di un Imperatore Romano.
Le sue pagine sono piene di riferimenti a governatori delle province e a re vassalli. Uno storico che si comporti in
questa maniera deve farlo con accuratezza se desidera evitare di essere tacciato di imprecisione; in questo campo Luca
emerge, dal più severo esame, a pieni voti. Ciò che ha particolarmente colpito numerosi critici è il modo familiare
col quale egli si muove fra la molteplicità dei diversi titoli dovuti ad ufficiali delle città e province
dell'Impero, e sempre con la massima precisione.
Sir William Ramsay verso gli anni ottanta del secolo scorso, condivideva l'allora corrente teoria di Tubinga
secondo la quale il libro degli Atti era un prodotto tardo e non storico della metà del secondo secolo; e non fu per
interessi apologetici, ma a seguito delle chiare evidenze archeologiche, che egli fu costretto a riconoscere che gli
scritti di Luca riflettono le condizioni del I secolo e non quelle del II secolo, che erano alquanto diverse, e ciò
con insuperabile precisione. Ramsay riassume le qualità di Luca, come storico, con queste parole: "La storia
descritta da Luca è insuperabile per quanto riguarda fedeltà... Luca è uno storico di prima classe: non solo le sue
affermazioni relative a fatti avvenuti sono degne di fede, ma egli è pure
ripieno di una particolare sensibilità storica".
La serietà dell'informazione storica che forma l'impalcatura degli Atti è confermata dal confronto con i dati
delle fonti e documenti profani: testi degli autori antichi e reperti archeologici. Le numerose
notizie geografiche registrate nei viaggi di Paolo possono essere confermate dall'opera di Strabone e dagli
scavi effettuati nelle diverse località paoline; le informazioni sulla diaspora giudaica nelle città del mondo
greco-romano trovano riscontro nelle fonti giudaiche: Filone, Giuseppe Flavio, nonché nei reperti archeologici,
sinagoghe, iscrizioni ecc.; i dati riguardanti la struttura dell'amministrazione dell'impero romano nei grandi centri
urbani, i titoli delle autorità locali, gli usi e le consuetudini civili e religiose sono puntualmente confermati
dall'epigrafia antica e dagli storici e scrittori romani. La scoperta nel 1905 dell'iscrizione del tempio di Delfi, che
riporta alcuni frammenti della lettera inviata da Claudio al proconsole dell'Acaia Gallione, non solo costituisce il
cardine della cronologia degli Atti e delle lettere paoline, ma è una conferma irrefutabile della seria informazione
dell'autore degli Atti. In breve il quadro storico degli Atti regge senza paura di smentite a un confronto con i dati
esterni e profani condotto senza pregiudizi ideolgici.
Per
quanto riguarda il periodo più antico della storia narrata nel libro degli Atti, Luca ha avuto la possibilità di
assumere informazioni e notizie; per il periodo più recente invece, riguardante, soprattutto i viaggi di Paolo, egli
ne fu in parte testimone oculare. Luca però non ha disposto tutto il materiale a sua disposizione secondo un ordine
cronologico, ma con libertà ha semplificato, ha condensato, si interessa più degli eventi che dell'esattezza dei
particolari. Nel descrivere alcuni episodi Luca è molto generico e vago, per altri è molto dettagliato. Per esempio,
nel descrivere il tempo trascorso in riferimento ad un episodio rispetto ad un altro usa la frase "dopo alquanti
giorni"; nel descrivere invece il naufragio a Malta si dilunga sui particolari.
Una critica mossa a Luca come storico è quella che egli fosse troppo amante dei miracoli. Ma egli non li
riporta per semplice amore di miracolistica; per lui, come per gli altri
evangelisti, i miracoli sono importanti perché costituiscono dei segni, dell'inaugurazione
della Nuova Era, segni che dimostravano come Gesù fosse realmente il Messia. Perché era Lui che, secondo gli Atti
operava dal cielo questi segni e queste potenti opere, per mezzo del Suo Spirito, attraverso i Suoi rappresentati che
agivano nel Suo Nome e con la Sua autorità, nella stessa maniera in cui Egli stesso, nei Vangeli, li adempiva per
mezzo della Sua persona.
Si
può concludere allora che il libro degli Atti ha le carte in regola dal punto di vista storico, ma possiede anche un
valore apologetico; si può parlare allora di storia e apologia insieme.
Rimane una questione: la differenza tra il Paolo delle lettere e il
Paolo degli Atti.
Luca
nel suo libro non fa mai cenno alla conoscenza dell'epistolario paolino e se è vero che tra gli Atti e le lettere
appare un quadro generalmente concorde circa la vita dell'Apostolo, tuttavia la mentalità dei due autori è diversa e
i punti di vista da cui essi descrivono gli eventi non sono gli stessi.
Il
Paolo delle lettere non ammette compromessi tra la legge e la fede cristiana come invece sembra ammetterli negli Atti.
Benché Luca riserva i due terzi del suo libro a Paolo, tuttavia non lo include nella categoria degli apostoli del Gesù
storico, titolo invece abbastanza rivendicato da Paolo, mentre in Atti questo titolo è riservato al gruppo storico di
Gerusalemme e Paolo è chiamato apostolo assieme a Barnaba in un senso molto stemperato e neutro (Atti 14,4.14).
Altre
differenze riguardano per esempio le flagellazioni, la lapidazione e i tre naufragi tutti ricordati in 2 Cor. 11,
24-25. Luca, invece menziona solo una lapidazione (Atti 14,19) e una flagellazione, e circa la sua permanenza in Arabia
e del contrasto con Pietro non ne fa menzione.
Non
c'è nessun contatto fra gli Atti e le lettere paoline e le posizioni dottrinali di Paolo riguardo alla legge e
istituzioni giudaiche, divergono sul alcuni punti essenziali dalla ricostruzione lucana, mentre le informazioni
biografiche di Paolo negli Atti hanno una funzione puramente apologetica.
Da
un confronto tra gli Atti e le lettere possiamo vedere alcune divergenze: In Atti l'attività missionario di Paolo è
accompagnata da gesti taumaturgici: guarigioni; visioni ecc. che confermano la sua attività, mentre nelle lettere egli
non dà molto peso ai fatti taumaturgici.
Negli
Atti difende la libertà dei cristiani convertiti dal paganesimo nei confronti della legge giudaica, mentre nelle
lettere (Rm e Gl) sostiene che la legge è sostituita da Gesù e che non ha avuto alcun ruolo salvifico, neppure per i
giudei. In Atti egli si considera fedele alla legge e fa circoncidere Timoteo.
In
che cosa consiste la ragione di queste e altre divergenze? Possiamo dare la seguente risposta: In Atti l'opera ha più
un carattere storico ed ecclesiologico, in Paolo invece più soteriologico e ideale. Le prospettive teologiche come del
resto anche il metodo di approccio ai problemi nei due autori sono diversi.
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